LE RIFORME: LA RIFORMA AGRARIA, L’INA-CASA, LA CASSA PER IL MEZZOGIORNO, L’ENI, LA RIFORMA TRIBUTARIA

La prima legislazione no fu caratterizzata soltanto dalla continuazione dell’opera di ricostruzione, ma dalla realizzazione di un piano di riforme.

Una prima importante riforma fu la Legge 28 febbraio 1949, n. 43 che istituì un Comitato per l’impiego dei fondi raccolti e gestiti da un organismo speciale costituito presso l’Istituto Nazionale delle Assicurazioni (Gestione INA-Casa). Il Piano INA-Casa, che ebbe carattere profondamente innovativo, venne inizialmente previsto di durata settennale. In questo periodo impegnò complessivamente 334 miliardi di lire per la costruzione di 147.000 alloggi con 735.000 vani. La legge fu poi prorogata per un altro settennio. Il Piano INA-Casa favorì il rilancio dell’attività edilizia, la riduzione della disoccupazione, la costruzione di alloggi per le famiglie a basso reddito, contribuì alla rivoluzione abitativa dell’Italia repubblicana e costituì un riferimento di grande importanza per tutti i successivi interventi di edilizia agevolata e convenzionata.                                                                                                                                                                                       

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Un’altra, importante riforma fu quella agraria, predisposta dal ministro dell’Agricoltura Antonio Segni, seppure approvata solo in parte. Il primo provvedimento di riforma fondiaria, relativo alla Calabria, fu la legge 12 maggio 1950 (“legge Sila”). Nell’ottobre successivo venne poi approvata “la legge stralcio” che estese la riforma ad altri territori, da individuarsi con decreto governativo (Delta padano, Maremma toscana, bacino del Fucino, alcune aree della Campania e della Puglia, bacino del Flumendosa e altre zone della Sardegna). Il 27 dicembre, poi, la regione Sicilia emanò un’altra legge di riforma, adeguata al peculiare territorio dell’isola.
La riforma fondiaria interessò circa il 30% della superficie agraria e forestale del Paese; furono espropriati 800.000 ettari, dei quali 650.000 nel Mezzogiorno. Si realizzava così uno degli obiettivi politici di De Gasperi: creare una classe di piccoli proprietari, migliorare le arcaiche condizioni dell’agricoltura in alcune parti del paese, consolidare con una iniziativa di giustizia sociale la costruzione della democrazia.

La Cassa per il Mezzogiorno fu l’altra riforma approvata all’inizio degli anni’50. Il disegno di legge, ispirato ad una visione moderna della “questione meridionale”, fu in gran parte l’esito degli studi di un Comitato, deliberato dal Consiglio Nazionale della D.C., presieduto da don Luigi Sturzo, e di quelli compiuti dalla SVIMEZ. Il disegno divenne, dopo un lungo dibattito – per quattordici sedute in Aula, alla Camera dei deputati, e per quattro sedute al Senato -, la legge 10 agosto 1959, n. 646. La legge, per tanti aspetti innovativa, prevedeva un programma finalizzato di lavori pubblici per un decennio e individuava, come priorità, la sistemazione idraulico-forestale e la bonifica, anche per favorire la riforma fondiaria e assicurare le necessarie risorse idriche.                                             La Cassa per il Mezzogiorno rappresentò anche il banco di prova di un nuovo tipo di struttura amministrativa che negli anni successivi costituì un utile riferimento per la più generale riforma della Pubblica Amministrazione. Con una nuova legge del 1952 gli obiettivi della Cassa vennero poi estesi al settore dell’industria. I lavori pubblici e gli altri interventi realizzati in qual periodo favorirono, nel complesso, un importante trasformazione del Mezzogiorno. Dopo il 1960 venne dato più largo spazio ai finanziamenti industriali.
Al più generale sviluppo del Paese contribuì inoltre l’ENI, istituito con la legge dl 10 febbraio 1953 che divenne in pochi anni un operatore a livello mondiale.                                                                                                                                                                                                                       Ezio Vanoni, ministro delle Finanze nel V, VI, VII e VIII ministero De Gasperi, realizzò poi una riforma tributaria che introdusse in Italia un moderno e più equo sistema di tassazione. Fu una vera riforma strutturale che pose le basi del Fisco moderno e che derivava dalla concezione di Vanoni del sistema tributario “come pietra angolare dello Stato democratico”, dalla convinzione che non vi è possibilità di ordinamento democratico senza un ordinamento tributario serio e ordinato e che il problema fiscale “non è solo tecnico, ma morale e politico”.                                                                                                                                                                                                                                     Verso la metà degli anni ’50, Ezio Vanoni elaborò poi, quasi a coronamento di un periodo di riforme, lo Schema di sviluppo del reddito e della occupazione in Italia nel decennio 1955/1964, meglio noto come “Piano Vanoni”, per risolvere il fondamentale problema di debolezza della struttura economica e sociale italiana, rappresentato dall’alto livello della disoccupazione e della sottoccupazione, e per favorire inoltre lo sviluppo del Mezzogiorno e il pareggio della bilancia dei pagamenti.

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