LA RIFORMA AGRARIA

Finita la guerra con il ritorno dei combattenti, la fine delle grandi opere pubbliche e il ridimensionamento drastico delle attività boschive divenne drammatico il secolare problema dell’occupazione.
Iniziarono le lotte dei braccianti, 0dei mezzadri e dei contadini che spinti dalla fame arrivarono ad occupare molti terreni dei latifondisti. Le rivendicazioni, fortissime in Sila e nel Marchesato, culminarono, nel 1949, con l’eccidio di Melissa ad opera della celere del ministro dell’Interno Scelba.
Mentre l’Italia si avviava verso l’industrializzazione e quindi verso un sistema economico dove la forza lavoro, impiegata nell’agricoltura, si sarebbe notevolmente ridotta, la sinistra italiana, e in modo particolare i comunisti, guidarono strumentalmente, fidando dell’ignoranza dei contadini, le lotte che avrebbero permesso loro di raggiungere una posizione politica egemone nelle zone del Marchesato e in quelle interne della Sila. Posizione egemone che tuttora, in parte, possiedono.
Dopo i fatti di Melissa, precisamente nel maggio 1950, venne promulgata la legge della Riforma Agraria. La Riforma prevedeva l’esproprio di migliaia di ettari di terreno da distribuire gratuitamente ai braccianti agricoli privi di fondi e di mezzi finanziari. Divenne realtà l’antico sogno dei contadini silani, anche se con un paio di secoli di ritardo e anche se i risultati non furono quelli sperati.
La Riforma Fondiaria fu affidata all’O.V.S. (Opera Valorizzazione Sila) un ente costituito nel 1947. L’O.V.S. espropriò 75.000 ettari di terreno e ne acquistò altri fino a raggiungerne un totale di 86.000. Furono formati 11.557 poderi e 6.705 quote che vennero assegnati ad altrettanti capofamiglia. Le dimensioni dei poderi che raramente vanno oltre i 10 ettari in montagna e i 5 ettari in pianura, si dimostrarono del tutto insufficienti per permettere un decoroso livello di vita ad un nucleo familiare.
Rimasero, comunque, tutti soddisfatti. Il Governo riuscì a sedare le rivolte frazionando la proprietà terriera e accontentando un gran numero di famiglie. I comunisti videro con compiacimento, l’eliminazione del latifondo e la gratitudine dei braccianti anche essi contenti per quel poco di terra acquisita a titolo gratuito.
Ma ben presto i contadini si trovarono, nei loro piccoli ed impervi poderi di montagna, a competere con gli agricoltori del Nord Italia e del Nord Europa. Le zappe contro dei trattori grandi come carri armati che operavano in sterminate pianure ed erano in grado in un giorno di arare estensioni di terreno inimmaginabili per i contadini silani. La povertà delle colture silane, in genere patate e grano, fece il resto.
A distanza di decenni possiamo affermare, senza timori di smentita, che nessuno dei poderi assegnati in Sila è in grado di produrre un reddito adeguato al sostentamento di una famiglia. Escludendo i pochissimi casi in cui si è riusciti ad accorpare più quote.
Non solo, ma, per ironia della sorte, la frammentazione e la polverizzazione della proprietà terriera è e sarà il più grande ostacolo alla nascita di moderne aziende agricole che, puntando su colture ad alta resa alternative a quelle tradizionali, avrebbero potuto affrontare il mercato con successo.
Fallita la Riforma, alla fine degli anni 50 e negli anni 60, i figli dei contadini che avevano sfidato i mitra della celere di Scelba si trovarono ad affrontare una sfida non meno difficile di quella dei loro padri: l’emigrazione.
Nel solo decennio che va dal 1952 al 1961 la Calabria vide l’esodo di 350 mila persone provenienti in gran parte dal settore agricolo e fu investito pesantemente anche il piccolo artigianato. Le più colpite furono le zone interne ma l’intera regione dette il suo contributo e furono interessate perfino città capoluogo come Reggio e Catanzaro. I lavoratori calabresi furono fagocitati dalle imprese industriali del Nord Italia e del Nord Europa (soprattutto Svizzera e Germania Ovest) in pieno boom economico.
I centri silani pagarono un durissimo prezzo e come esempio prendiamo il caso emblematico di San Giovanni in Fiore. Malgrado la cittadina non superasse i 20 mila abitanti furono in ben 7 mila a lasciarla per ragioni di lavoro. San Giovanni si svuotò letteralmente e perse la gran parte della sua popolazione attiva diventando un paese di anziani, donne e bambini. Nel 1969 furono registrate all’anagrafe comunale del centro silano 583 nascite di cui solo 257 avvenute nel comune e ben 326 avvenute nel resto d’Italia e all’estero.

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