IRSINA:IL 1945, DOPOGUERRA DIFFICILE

Conclusasi in maggio la guerra in Europa, il paese si apprestava ad accogliere i reduci partiti per il fronte, disseminati nei vari campi di concentramento tedeschi. Un gran numero, purtroppo non farà più ritorno. Nei primi mesi il rientro dei reduci avviene alla spicciolata. Rientra di solito chi l’8 settembre è scampato alla cattura dei tedeschi trovando ospitalità in famiglie di nostri connazionali. Tarda ancora il rientro dei reduci della Germania perché gli alleati incontrano difficoltà nei trasporti. In agosto il flusso del rientro aumenta. Le famiglie, già provate dai lunghi anni della guerra, tentano di riprendersi. Alcune ritornano a coltivare i terreni abbandonati durante il conflitto per l’assenza dei propri uomini, altri cercano lavoro che non c’ è. L’inserimento dei reduci nella vita del paese è difficile e faticoso; essi sono debilitati, logorati nel fisico, affetti da malattie croniche soggette a lunghe e costose terapie. Un dopoguerra difficile.       Il Governo costituito ha davanti a se enormi problemi: e impotenti a risolverli. Non ha il tempo né la capacità di pensare ad IRSINA. Tanti, partiti in giovane età per la guerra quando ancora frequentavano le botteghe artigiane come apprendisti, sono i più esposti all’incertezza del momento. Non sanno quale attività riprendere. Le vecchie botteghe sono chiuse, inattive e smantellate. Si circola nel paese senza prospettive e quindi si nota nel paese che il dopoguerra è pesante da vivere. La povertà, già presente in passato, è più grave ora. Nelle famiglie manca il guadagno, mentre la vita rincara di più. Per vestirsi si ricorre a vestititi di guerra degli alleati, finiti nelle mani dei contrabbandieri. C’è lo scambio dei viveri ad esempio si scambiavano farine con scarpe e vestiti; la farina è nelle mani di chi coltiva grano. Fiorisce il mercato delle sigarette americane, molto redditizio. Sono gli intraprendenti che escogitano mestieri prima per sopravvivere e poi per arricchirsi. I poveri rimangono poveri; si affidano alla campagna per sottrarle “cicorielle” e “lampascioni”, alla piccola economia di polli e del maiale allevato in casa. Ci si arrangi, quando altro non ha!

In un marasma senza regole qualcuno si arricchì e manca la solidarietà. Solo tra parenti stretti vige la solidarietà almeno per un giorno. E il giorno dopo? Dio provveda! Solito ritornello dei disperati senza speranza! Fiorisce sul ricatto del bisogno il lavoro mal pagato. Vige la legge del più forte, una giornata per un chilogrammo di farina.

La Chiesa organizza la solidarietà tangibile, invitando i ricchi ad aprirsi ai bisogni della gente. Costituisce in parrocchia la “San Vincenzo dè Paoli” per la raccolta e la distribuzione di vestiti, di generi di prima necessità. In silenzio tante famiglie furono aiutate e sostenute nei bisogni elementari. La povertà, da noi, è vissuta in silenzio, senza clamori. Il povero vive la sua condizione nel rispetto di sè, della sua dignità; perciò l’assistenza della chiesa si svolse in silenzio: vi si entrava in casa di sera, fuori dagli occhi dei vicini.                                Per molti anni la San Vincenzo si prodigò in favore dei poveri.

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