IRSINA: IL 1947

Ogni giorno nelle serate fredde dei primi mesi del 1947 le sedi della Camera del Lavoro e del P.C.I. si riempivano d’iscritti e non, tutti braccianti e operai disoccupati. Discutevano animatamente della loro condizione economica al limite della sopravvivenza. All’orizzonte nessuna occasione di lavoro. I proprietari terrieri, tranne qualcuno, continuavano ad impegnare manodopera forestiera nei lavori stagionali. Le tensioni salivano. Anche la manovalanza dei precari giornalieri impiegata nella zappatura delle vigne e per la potatura degli ulivi subì la medesima disoccupazione. Largo San Salvatore si  riempiva ogni mattina all’alba di braccianti ed operai per “promettere” una giornata di lavoro. Disperata e drammatica l’attesa quando si concludeva senza ingaggio. Le famiglie prive di guadagno stremate, impoverite, duramente provate dalla disoccupazione, continuavano a far debiti presso i negozi di generi alimentari e non per sopravvivere. Il Governo di Roma non ignorava il problema della popolazione del sud ma era impotente a tradurre in atto concreti provvedimenti in favore dei disoccupati. Inventò suo malgrado, lavori invernali straordinari: la spalatura della neve, quando per mera fortuna cadeva; la sistemazione di qualche fosso in prossimità dell’abitato; la pulizia delle strade di periferia, intasate di letame e immondizie vara; la potatura degli alberi, pochi in verità, di Largo Garibaldi.                                                                                                                             I comuni attingevano qualche soldo dal fondo invernale costituito presso le prefetture per far fronte alle esigenze dei senza lavoro. Irsina viveva disperatamente la sua esistenza, un tempo comune ricco: drammatica la sua sopravvivenza. L’amministrazione comunale eletta democraticamente nelle prime elezioni libere del 1946, era insolvente verso i suoi fornitori. Le ditte si negavano di fornire altro materiale. Le aule delle scuole elementari rimasero per settimane senza riscaldamento. I carbonai del posto si rifiutavano di fornire altra carbonella, perché il comune non pagava le somme arretrate. Le tipografie fornitrici di stampati e schede anagrafiche, creditrici di forti somme arretrate, interruppero il flusso cartaceo. L’anagrafe trascriveva stati di famiglie e certificati di nascita su vecchi fogli di protocollo non utilizzati; intanto la Camera del Lavoro, sede del sindacato della C.G.L.I. prima della scissione, preparava il piano occupazionale per collocare la manodopera disoccupata presso le aziende agrario del nostro agro durante i prossimi lavori stagionali. I rapporti tra tra datori di lavoro e lavoratori divennero difficili e dall’una e dall’altra parte si aveva tensione e nervosismo. Si approssimava la FESTA DEL 1° MAGGIO. La manifestazione doveva assumere, nell’intento degli organizzatori, spettacolo di forza contrattuale per il sindacato. Alle prime ore del 1° Maggio 1947 il paese si svegliò festante in tutti i suoi aspetti. Largo Garibaldi pullulava di bandiere rosse e striscioni. Il quadro di Stalin troneggiava davanti alla sezione del P.C.I.; intorno a farne cornice Marx e Lenin. Incorniciati di rosso altri quadri: Andrea CostaTuratiMatteottiTogliatti e Nenni. Nelle mani di bambini e adulti sventolavano le bandiere rosse mentre percorrevano il paese in un corteo e per le strade si nota un atteggiamento festoso. Irsina non aveva mai assistito ad una partecipazione femminile: la donna era sempre stata riservata e casalinga. La gente chiedeva solo ed esclusivamente LAVORO. Le lotte contadine proseguirono nel tempo in tutti i paesi del sud con alterne vicende.                                                                                    Senza il movimento sindacale non avremmo avuto la Riforma Agraria, lo statuto del lavoratore e tutte le altre conquiste ottenute. Se le nuove generazioni non si approprieranno di quell’esempio, non potranno costruire altre conquiste. L’Italia conquistando le sue libertà democratiche, vi affermava il valore del lavoro, preminente conquista per le nuove generazioni.

Imminenti i lavori stagionali in campagna, in un clima di accese lotte sindacali il sindaco Domenico Scialpi, preoccupato del problema occupazionale della città, indisse una riunione al Comune di proprietari terrieri e sindacalisti della Camera del Lavoro (C.G.L.I.), per la mediazione d’un accordo fra loro.  Il sindacato riteneva prioritario il problema dell’impiego della manodopera locale, proporzionato le unità lavorative ai terreni in conduzione dei singoli proprietari. Il padronato giunse diviso alle trattative: una parte proponeva l’accordo a tutti i costi per ripristinare un rapporto pacifico in campagna; l’altra, indecisa, senza proposte, manifestamente contraria ad ogni accordo. L’atmosfera in aula comunale era grave. Ad u certo punto a causa di un proprietari si scatena una guerra tra i presenti, sindaco e sindacati si rifugiano. Per il paesello la gente aggredì altri compaesani,usando anche coltelli.                                                                                                  A causa di tante minacce i forestieri che lavoravano ad Irsina in questi anni, furono cacciati e maltrattati.

I forestieri abbandonarono il lavoro ovunque e rientrarono nei luoghi di
residenza. Gli agrari, ingaggiarono manodopera locale, nel rispetto delle tariffe sindacali.

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