IRSINA: IL 1946

Nel marzo 1946 la crisi economica del paese s’era fatta grave, carica di tensioni. stentatamente la popolazione era sopravvissuta ai rigori dell’inverno. Nessuna attività era in atto. Il mondo operaio contadino viveva una profonda crisi. Il Governo centrale, oberato dai problemi della ricostruzione e dagli approvvigionamenti urgenti per tutta la popolazione, trascurava i problemi delle singole città e dei piccoli paesi.                                                                                                                                                                                                                                                               Il clima politico era pieno di insidie, i focolari della rivolta erano nell’aria, il Partito Comunista coordinava tutte le istanze delle masse. Nelle assemblee cittadine cavalcava la ribellione. Il malcontento generale opportunamente sfruttato a fini propagandistici. La verità che il mondo operaio contadino era in miseria e senza lavoro.                                                                                                                                                       

Descrizione: https://irsinalabasilicataelariformaagrarianelxxsecolo.wordpress.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gifSi vociferava che in campagna i proprietari utilizzavano manodopera forestiera. La disoccupazione era dovuta a questo fenomeno. Con decisione lungamente meditata gruppi di operai e contadini, organizzati in movimento di lotta, si recarono in diverse masserie della nostra campagna allontanando dal lavoro tutta la manodopera forestiera. Risparmiarono i pastori, mestiere non amato da noi. Spedizioni punitive, violenti. La terra. l’immenso agro del nostro territorio era nelle mani di pochi agrari. Il contadino possedeva poco che non dava reddito. Le vigne, un tempo ricchezze della nostra economia producevano si buon vino, come sempre, ma invenduto per scarsa domanda. Situazione economica difficile per tutti.

Nei rioni poveri della città, Portarenacea e Porticella, vigeva una povertà impressionante. I figli di quella gente si recavano a scuola scalzi   e con pochi indumenti, sdrucidi e malandati. Tanti presentavano rachitismo e pallore malaticcio per denutrizione. Ai tanti drammi umani il tempo si era fermato, l’umanità abbandonata a se stessa. La Chiesa, come sempre vicino ai poveri operava in quei rioni con la “San Vincenzo”, benefica istituzione parrocchiale, distribuendo pane, pasta, legumi e anche legna e carbonella per il riscaldamento e quant’altro raccolto tra i fedeli generosi. L’aiuto caritatevole non risolveva radicalmente il problema della miseria; ci vuole ben altro: il lavoro, un guadagno giornaliero per assicurarsi un minuto vitale.

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